Il 6 marzo sono arrivati 8 beagle dal Belgio ai laboratori Menarini/RTC di Pomezia. Dopo pochi giorni di attenzione senza precedenti i cani sono stati liberati. Negli stessi giorni altri 32 beagle sono giunti ai laboratori Aptuit di Verona, per i quali la mobilitazione è ancora in corso.
Quella che stiamo vivendo è l’epoca post-Green Hill e post-Morini, un’Italia senza allevamenti di cani per la sperimentazione e in cui qualcuno riesce a tracciare tutte le importazioni. Per i vivisettori è un incubo. Per noi è un’occasione da non perdere, per dare un freno alla vivisezione, non solo sui cani. Facciamo una breve analisi su quanto sta accadendo e come sia possibile contribuire al cambiamento.

Una delle mamme beagle dentro l'allevamento Stefano Morini. Uno dei 99 cani liberati dal Fronte Liberazione Animale nel 22 novembre 2002.
LE CAMPAGNE MIRATE
Poco più di 10 anni fa in Italia partiva la prima campagna diretta alla chiusura di un allevamento di animali da laboratorio. Si trattava del famigerato allevamento Stefano Morini di San Polo d’Enza, da decenni nel mirino delle associazioni ma mai messo sotto pressione come dalla nascita del Coordinamento Chiudere Morini. Dal settembre 2002 per alcuni anni l’allevamento, i suoi proprietari e i collaboratori hanno avuto vita difficile e questo ha portato prima ad un tracollo finanziario, alla perdita di tutto il mercato e alla chiusura definitiva arrivata nel 2010. I 375 beagle e le diverse centinaia di roditori presenti nell’allevamento sono stati dati all’associazione VitaDaCani.
Questa campagna nasceva in seno ad un emergente movimento radicale che dall’Inghilterra aveva dato spinta per la chiusura di tutti gli allevamenti di animali da laboratorio, uno dopo l’altro. Il movimento inglese era riuscito con simili campagne a chiudere Consort Kennels (beagle), Hillgrove Farm (gatti), Shamrock Farm (macachi), Regal Rabbits (conigli) e in seguito anche Newchurch (porcellini d’India). Altri piccoli allevamenti avevano chiuso nel frattempo in seguito a liberazioni e azioni dirette, lasciando spazio solo a quelli delle enormi multinazionali come Harlan e Charles River. La speranza del movimento era quella di arrivare a rendere impossibile la vivisezione bloccando la “produzione” di animali.
Una speranza vana in realtà. In Inghilterra nonostante i problemi il numero di animali utilizzati nei laboratori è andato purtroppo aumentando e non diminuendo. Le importazioni sono continuate e la “produzione” si è spostata altrove.
Già nel 1999 alcuni attivisti inglesi avevano capito che la strategia di attaccare solo gli allevamenti non avrebbe diminuito il numero di animali utilizzati e avevano lanciato un’ambiziosa campagna contro il più grande laboratorio di vivisezione d’Europa, Huntingdon Life Sciences. Una campagna che ha più volte costretto il governo inglese a schierarsi in difesa del laboratorio e salvarlo dalla chiusura. Adesso dopo 14 anni di lotta HLS è ancora in piedi, seppur barcollante, e il movimento antivivisezionista inglese continua a colpirlo, ma senza forza o forse barcollante tanto quanto il laboratorio stesso.
Colpita da aspra repressione e molti arresti la campagna contro HLS è stata fortemente indebolita e impossibilitata a lavorare come aveva fatto in passato. Ma non è sicuramente solo la repressione che l’ha indebolita, quanto la mancanza di appoggio da parte dell’opinione pubblica o dei media e la capacità di evolvere le proprie strategie. Dopo alcune azioni poco ortodosse e una campagna di terrorismo mediatico, il movimento inglese si è trovato in seria difficoltà, chiuso in una lotta a testa bassa contro i colossi multinazionali e il governo e incapace di modificare le proprie modalità di azione e comunicazione.

Vegan, liberata da Green Hill il 27 luglio 2012, dopo quasi tre anni di intensa campagna.
L’EPOCA GREEN HILL
Dal 2003 al 2010 sono stati anni di fiorenti affari per Green Hill. Ma dalla nascita della campagna del Coordinamento Fermare Green Hill e dal primo corteo del 24 aprile 2010 le cose non sono più state le stesse, non solo per loro, ma per l’intero mondo della vivisezione.
In questi ultimi tre anni è nata in Italia una mobilitazione e un’attenzione sul problema vivisezione che non ha precedenti. I numeri delle persone ai cortei, la partecipazione, non hanno paragoni in altri paesi.
Tutto questo grazie all’aver scoperto che nella provincia di Brescia operava da anni un allevamento di cani beagle destinati unicamente ai laboratori di vivisezione. Da quelle prime iniziative contro l’ampliamento si è aperta una breccia comunicativa, un’onda emotiva che ha scosso tutta Italia. Prima solo quella animalista, antispecista o zoofila che fosse, poi con le azioni più eclatanti e mediatiche l’Italia tutta, quella della gente comune che inorridisce all’idea di un cane torturato in laboratorio.
Se il Coordinamento Fermare Green Hill ha più volte ribadito la sua identità antispecista è comunque innegabile che buona parte della componente di appoggio alla campagna provenisse da persone comuni o semplici “amanti degli animali”. Quella che è stata a volte fonte di difficoltà comunicativa e la base di problemi riscontrati soprattutto nei grandi cortei, è stata anche una delle grandi forze esplosive della lotta che oltre Green Hill ha iniziato a scalfire il mondo della vivisezione.
La strategia rispetto alle precedenti campagne di pressione è stata diversa fin dall’inizio, dopotutto. La scelta è sempre stata quella di avere un forte appoggio dell’opinione pubblica e dei media.
Non c’è mai stata una lotta serrata attivisti-greenhill. La campagna è stata piuttosto portata di fronte a tutte le istituzioni conniventi in qualche modo, puntando di volta in volta i riflettori su Comune, Asl, Regione, Ministero, Parlamento. I politici sono stati toccati, messi all’indice. Loro, che in questo sistema hanno in mano le decisioni, sono divenuti i responsabili e loro dovevano pagarne le conseguenze e trovare una soluzione. Questo ha generato l’uscita di altri colleghi che prendevano posizione contro la vivisezione, facevano mozioni e interrogazioni comunali e regionali, ordinanze, proposte di legge in Regione o in Parlamento. Un fiorire di prese di posizione.
La strategia della campagna non era mirata solo alla chiusura dell’allevamento, ma è stata ribadita più volte: utilizzare Green Hill come ariete per sfondare delle porte, quelle spesse che difendono il sistema della vivisezione. Utilizzare i cani come modo per arrivare a tutti e poter parlare anche degli altri, delle vittime dimenticate dei laboratori: i ratti, i topi, le scimmie, i conigli o i pesci. Utilizzare i cani per poter aprire una breccia di empatia e parlare delle altre vittime di questa società: i maiali, le galline, i vitelli, vittime a miliardi di un sistema alimentare e produttivo che li considera oggetti.

Gli 8 beagle salvati da un futuro di vivisezione nei laboratori RTC di Pomezia.
L’EPOCA POST-GREEN HILL
Adesso Green Hill è vuoto. Ma non vuol dire che i cani non verranno più vivisezionati in Italia. Nessuno ha mai sperato o detto questo. Una delle critiche più frequenti alla campagna è stata quella del “tanto i cani arriveranno da altri paesi”.
E stanno arrivando. Ma non in silenzio o nel segreto. E questo fa la differenza.
Quello che stiamo vivendo è il peggior incubo per i vivisettori. Una realtà che non avrebbero mai voluto vivere. Se vogliono ordinare dei cani dall’estero devono pregare che nessuno si accorga del loro arrivo, che nessuno lo scopra, che non parta una mobilitazione. I riflettori si stanno spostando rapidamente dagli aeroporti, alle compagnie aeree fino ai laboratori che acquistano questi animali e al Ministero che ne autorizza le sperimentazioni. Nessuno viene escluso.
Il caso della Menarini/RTC è un successo senza precedenti. Mai un laboratorio si era piegato a donare degli animali appena acquistati. La pressione mediatica e sul posto è stata enorme. Ormai nessuno vuole essere sotto quei dannati riflettori e la Menarini stessa ha chiesto di aprire un dibattito per un cambiamento legislativo, perché in questo clima è impossibile fare ricerca con animali, dicono.
Un dibattito che alcune componenti della politica hanno subito abbracciato, depositando la settimana scorsa proposte di legge per il superamento della vivisezione e il finanziamento ai metodi alternativi, per esempio. Oppure con la mozione del Comune di Verona del 21 marzo, con cui più della metà dei consiglieri chiedono la liberazione dei 32 beagle arrivati negli stessi giorni ai laboratori Aptuit (ex-GlaxoSmithkline) e la fine delle autorizzazioni in deroga per quel laboratorio.
La strada aperta dalla campagna contro Green Hill si sta rivelando fruttuosa. Si è aperto un dibattito sociale, politico, mediatico ed etico sulla vivisezione. Un dibattito dal quale speriamo possano presto arrivare dei concreti cambiamenti nel mondo della ricerca, che ha la possibilità di scegliere e implementare metodi sostitutivi, per esempio, o in quello legislativo, che può vietare del tutto almeno alcune pratiche di sperimentazione.
Si arriverà così concretamente a ridurre il numero di animali uccisi nei laboratori e speriamo, in un futuro non troppo lontano, ad abolire la vivisezione.
CHE FARE DUNQUE
> L’arma più forte che abbiamo è la comunicazione. Mostrare al mondo cosa accade nei laboratori e svelarne i segreti è ciò che sta alla base di tutto questo movimento e di un possibile cambiamento. Per questo continueremo a divulgare quanto accade nei laboratori più vicini a noi, come fatto con il dossier “VIVISEZIONE NEI LABORATORI DI MILANO”. Anche se l’Università di Milano minaccia denunce, per paura che si sappia cosa accade agli animali nei suoi atenei, questo dossier continuerà a circolare il più possibile.
> Continueremo inoltre a divulgare materiale informativo sull’obiezione di coscienza. Questo perché gli studenti di oggi sono i vivisettori di domani e dobbiamo spingere per un cambiamento già all’interno delle Università e dell’insegnamento.
>L’altro nodo cruciale, collegato proprio alle importazioni di animali, sono i trasporti. Il sostegno alle campagne contro le compagnie aeree coinvolte in questi voli della tortura è fondamentale. In un momento di cambiamento globale negli ultimi anni sono state tantissime le compagnie che di fronte ad una accresciuta sensibilità dei loro clienti hanno voltato le spalle ai vivisettori. Adesso rimangono solo 3 grandi compagnie internazionali da convincere, la più importante delle quali è AirFrance/KLM.
Il momento per sferrare dei colpi decisivi al sistema vivisezione è questo. Anche tu puoi fare la differenza.
Partecipa al corteo del 20 aprile a Milano. Abbattiamo il muro di silenzio!
Leggi QUI o diffondi l’evento Facebook.