DIECI GALLINE IN FUGA – Una liberazione di Nemesi Animale

20 aprile 2012 - in ATTIVISMO | VEGANISMO

Dieci galline ovaiole sono state tolte dallo stato di schiavitù cui gli esseri umani le avevano relegate, grazie ad attivisti e attiviste di Nemesi Animale.

Le fortunate galline si trovavano in un allevamento per la produzione di uova in batteria con le cosiddette “gabbie arricchite”, che secondo la normativa europea in vigore dal primo gennaio 2012 devono avere qualche centimetro quadrato in più. La loro vita sarebbe stata comunque una vita di prigionia e sfruttamento, chiuse in un capannone senza nemmeno poter immaginare cosa ci sia nel mondo esterno. Adesso sono libere e non moriranno sui ganci di un macello.

Guardando le immagini e le fotografie si può facilmente notare come i loro becchi fossero stati tagliati e come le loro creste siano più molli e biancastre rispetto a come sarebbero in natura, a causa delle carenze vitaminiche.
Si tratta comunque di galline giovani, che hanno passato “solo” quattro mesi nelle gabbie, il loro piumaggio è quindi in condizioni ancora decenti e sul loro corpo non sono ancora evidenti le ferite, i tumori e le infezioni gravissime che sarebbero comparse più avanti.
Purtroppo le altre prigioniere subiranno il destino che ogni allevamento prevede per loro dopo una vita passata a spennarsi e a ferirsi a vicenda per le condizioni di sovraffollamento: il macello.

Questa è la prigionia a cui milioni di esseri viventi sono condannati per la produzione di uova - Nemesi Animale, aprile 2012

Secondo legislatori, allevatori e consumatori i codici con cui si differenziano i vari tipi di allevamento di galline ovaiole sono la soluzione per venire incontro alle esigenze degli animali, senza ammettere che è soltanto un modo per zittire chi vuole porre fine allo sfruttamento di qualsiasi animale e non limitarsi a cercare di renderlo più accettabile.
L’unica differenza è nei centimetri quadrati in più che sono stati concessi con le famose gabbie arricchite oppure il fatto di non essere state allevate in gabbia ma “a terra”, cioè stipate in un capannone senza finistre per tutta loro breve vita.
Ma prigioniere sono e prigioniere rimangono, mentre l’unica cosa che veramente desiderano è la libertà.
Anche i cosidetti allevamenti all’aperto e biologici non sono altro che un inganno: si tratta di capannoni con  piccolissimi recinti esterni in cui le galline vengono fatte uscire solo periodicamente, l’unica differenza sta nel cibo che viene loro somministrato (biologico), e la loro vita finisce in ogni caso su un camion diretto al macello.

Chiunque abbia davvero avuto un incontro con un individuo prigioniero, chiunque abbia sfiorato le sue membra paralizzate dal terrore e dalla confusione, chiunque abbia incrociato i suoi occhi desiderosi di libertà, i suoi lamenti desiderosi di una mamma o di una famiglia, le sue zampe desiderose di uno sconfinato prato, la sua pelle desiderosa di scaldarsi al sole, non potrà mai pensare di concedere a chicchessia il consenso alla prigionia di esseri viventi in cambio di qualche centimentro in più nella gabbia.

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Se abbiamo deciso di passare all’azione e aprire alcune gabbie è perché non possiamo sopportare l’idea che degli esseri viventi siano imprigionati e vogliamo rivendicare pubblicamente la nostra opposizione alla schiavitù animale. Da tempo entriamo in allevamenti di diverso tipo, delle più disparate specie, per documentarne le condizioni e poter così divulgare conoscenza sul mondo dello sfruttamento animale. Ogni volta che entriamo a contatto con le migliaia di prigionieri e prigioniere degli allevamenti, ogni volta che incrociamo per poco tempo le loro misere vite e i loro tristi sguardi è un colpo al cuore, e andarsene a mani vuote è sempre difficile. Oltre a documentare e portare avanti il nostro lavoro di investigazione e informazione, crediamo sia ancora più importante  salvare la vita ad alcuni di questi animali e rendere la loro storia personale esempio per il destino che auspichiamo per tutti gli altri prigionieri.
Ognuna di queste dieci galline ha una storia, un suo passato, ed è ambasciatrice di tutti milioni di altre ancora prigioniere per la produzione di uova che non hanno avuto la stessa fortuna.

Due delle dieci fortunate che vivranno il resto della loro vita in libertà

Il fine ultimo per cui lottiamo è l’abbattimento dello specismo.
Se oggi entrare in un allevamento e salvare degli animali è considerato un reato o, in alcune parti del mondo, addirittura un atto di terrorismo, il fatto di rivendicarlo pubblicamente diventa una scintilla per un cambiamento sociale, un gesto di disobbedienza civile contro un’evidente ingiustizia.

Gli animali non sono oggetti.
Gli animali non devono vivere in una gabbia e non devono essere considerati come prodotti o macchine da produzione.
Gli animali devono essere liberi. E se oggi non possono esserlo, sta a noi lottare con ogni mezzo e con tutta la nostra volontà per dargli questa libertà, facendo e promuovendo la scelta vegan, ma anche aprendo direttamente le loro gabbie.
Per farlo non servono eroi in passamontagna o particolari doti e conoscenze: allevamenti e luoghi di sfruttamento sono ovunque intorno a noi, in campagna, per strada, o nascosti in città, e spesso fra noi e quegli animali tenuti prigionieri c’è di mezzo solo una porta tenuta aperta.

Ora le galline che siamo riusciti a salvare sono in un posto magnifico e possono finalmente conoscere quel mondo di cui gli esseri umani vogliono continuare a privare gli animali.
D’ora in poi le nostre dieci amiche potranno vivere a contatto con l’acqua, il vento, il sole, la terra, gli alberi e tanti altri animali.

Ognuno di noi può fare la differenza: diventa vegan e attivati per la liberazione animale!

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